domenica 23 agosto 2015

la protezione zero / spalmata sopra il cuore



Un paio di settimane fa, mi sono guardata “Cleopatra”, il film datato 1963 con Liz Taylor nei panni della regina egiziana, e Richard Burton in quelli del condottiero Marco Antonio.

locandina del film "Cleopatra"


L’Egitto diventa la destinazione ultima di Pompeo, che cerca aiuto nel Faraone Tolomeo XIII dopo la sconfitta nella battaglia di Farsalo. Il Romano fa male i suoi conti, la sua testa diventa un regalo (non gradito) per Giulio Cesare, che si reca nel Paese nordafricano per cercare di recuperare prestigio e soprattutto raccolto e rapporti commerciali. Il regno si trova ahimè alla merce di due sovrani imparentati fra di loro, capricciosi e molto, troppo giovani:il già citato Tolomeo, e la sorella di lui, la regina Cleopatra. 


Giulio Cesare si guarda intorno, brucia la flotta egiziana e la biblioteca di Alessandria, suscita le ire della regina, la seduce, detronizza il fratello, e la cinge della corona dell’Alto e del Basso Egitto. La regina Cleopatra diventa la sovrana dell’Egitto, Granaio dell’Impero Romano. Il resto, lo conoscete.


Ma si sa, i Romani, si stancano in fretta. Delle donne, degli schiavi, del cibo. Esauriti i primi due, ed alla ricerca di nuovi terreni per mantenere la Roma già Padrona e ladrona allora, anziché dirigersi verso un nuovo continente, per loro è più facile darsi un'occhiata intorno, verso il Mediterraneo, quel Mare Nostrum, da cui partì la loro grandezza.
 
Scovarono allora una piccola isola, di circa 80 km quadrati malcontati, con una vegetazione tipicamente mediterranea, un mare cristallino, meno appariscente delle isole vicine, più grandi e perciò meno adatte ai loro scopi. Un lembo di terra estremamente fertile, grazie all'acqua proveniente da falde acquifere ormai prosciugate da tempo, facilmente controllabile e ricca di frumentum, di cui divenne granaio e deposito, e da cui l’isola prese il nome con cui è conosciuta ancora oggi: Formentera.

posizione geografica
 
Tutti conoscono Formentera. Non perché ci siano stati, ma perché tutti ne hanno sentito parlare, almeno una volta. E’ la meta di vacanze di personaggi famosi. E’ la meta ideale per scorrazzare in scooter. E’ la meta di hippies nostalgici. Nuoti nelle sue acque, e ritrovi i Caraibi nel Mediterraneo, senza fare troppe miglia aeree, e senza problemi di lingua. Se ti siedi in un bar, la prima domanda che ti viene fatta è “Italiano!?”. 

Tutti i posti sono stati scoperti. Tutti gli angoli, esplorati. L’isola è tutta lì. Non si nasconde, è sincera.
 
Non troveremo un Buddha sotto il mare, non troveremo l’Arca di Noè sotto la sabbia. Quello che non c’è, non lo possiamo inventare. Ma è proprio quello, il bello.


Il bello di aver mantenuto un po’ della sua poca appariscenza. Tutto c’è, basta saperlo trovare.
 
La strada che dal centro porta verso Cap de Barbaria, nell’estremo sud- ovest dell’Isola, è un lungo pseudo-rettilineo, delimitato da mura basse e fieni cotti al sole, che porta ad un luogo isolato ed impervio da cui usavano avvicinarsi le imbarcazioni dei Pirati. Il faro, alto 18 metri, domina la veduta a strapiombo sul mare. 

Cap de Barbaria


Per la strada è difficile trovare qualcuno, specialmente se la si percorre nel tardo pomeriggio. La maggior parte della gente si attarda al mare, e chi non cede alla tentazione e strappa qualche minuto all’abbronzatura, riesce a ritagliarsi un pezzetto di solitudine, respirando la sensazione di essere un puntino su quella cartina che tieni spiegazzata nel sellino dello scooter. 

Faro di Cap de Barbaria


Dall’altra parte dell’isola, il piccolissimo villaggio di pescatori di San’t Agusti, il cui nome lo si deve alla presenza di un antico monastero, di cui oggi non vi è più traccia. Unico porto mercantile dell’Isola, in cui si vedono le imbarcazioni tirate in secca, che si prestano a fotografie dal sapore retrò, circondate da promontori rocciosi, il mare turchese, poco trambusto perché il chiosco è uno solo, i granelli di sabbia tanti, molti finiti fra le dita dei piedi, altrettanti sulla schiena mista alla crema solare, alcuni, speriamo pochi, sul tappo della bottiglietta d’acqua che mi sono portata dietro, e che ormai è calda.

barche in secca, Es Calo



Una volta, a fine vacanza, si compravano le cartoline, minuti eterni indecisi a scegliere quelle che ci rappresentassero, istantanee color seppia o dai toni brillanti. Ma chissà perché, sembrava che quella perfetta non ci fosse mai, quella che rappresentasse lo spirito dei nostri giorni che speravamo indimenticabili. Quante ne abbiamo comprate…una, dieci, cento. Quella più bella, distorcendo quello che scriveva Hikmet, è quella che non abbiamo comprato, perché nascosta nello scaffale dietro, caduta mentre rovistavamo, soffiataci sotto il naso dal cliente in fila alla cassa davanti a noi. 


Come dicevo, tutto c’è, basta saperlo trovare. E soprattutto, vedere.
 

venerdì 17 aprile 2015

FourFive Seconds

"Ti senti bene?"
"Scusami. Sono fuori come un balcone."
"Ah. Okay. Vuoi che stia zitto?"
"No, mi stai riportando giu', pero' in un bel modo." 

Noi, D. Nicholls.     


Sono tornata a Roma, oggi, per un paio d' ore, a distanza di quattordici anni. Passeggiata primaverile sotto un sole che di primaverile ha solo il colore, perché riflette un caldo fuori stagione, che inciampa negli shorts della scolaresca inglese che mi confonde a Roma Termini, e che si imbriglia nelle pieghe del gilet dell' edicolante che mi dice "Sei sicura di volere la cartina formato mini? Io non ci vedo nulla". Un italiano corretto, che mi indica la strada per il centro, e che cozza contro quello delle signora che mi affianca su largo Tritone, che mi guarda e dice "Ce faranno passa'?"


fontana del Tritone
Il traffico è tanto, come tanti sono i turisti che percorrono insieme a me gli itinerari della Roma medievale, lungo via Barberini. Roma ci fa credere tutto, e tutto il suo contrario: ci illude, crediamo di poterci permettere tutta quella bellezza, tutta quella storia.
Pochi minuti, per percorrere la via medievale che da via Barberini porta al Pantheon, l'unico tempio pagano in stile classico esistente in città, voluto dal console Menenio Agrippa nel 27 d.C. Oggi custodisce il sonno del pittore Raffaello e dei sovrani d'Italia, Vittorio Emanuele II e del nipote, il bell'Umberto, la cui tomba è posta sopra quella della consorte, la Regina Margherita, amante delle perle ed ammiratrice del Carducci nazionale.

Pantheon
La città eterna ti ha lasciato credere di poter rivivere la perfezione di un tempo. Poi ti ha portato giù, anche se lo ha fatto in un bel modo: quando si arriva alla Fontana di Trevi, oggi la si trova completamente sventrata di acqua e monetine per permetterne il restauro. 


Fontana di Trevi, in modalità restauro

Ti lascia però aperta una seconda possibilità: lancia la monetina, e forse a Roma ci tornerai, un giorno, come leggenda vuole.




Siore e siori fatevi sotto!
Le fontane stanno a Roma come l'acqua al Tevere: il circo Domiziano, meglio conosciuta come Piazza Navona ne ospita ben tre, tra cui quella centrale del Bernini.
Invenzione più moderna della Roma papalina, nate per rifornire di acqua tutta la città (per fare in modo che i romani smettessero di utilizzare l'acqua del Tevere) e poi abbellite con fregi, fiori, conchiglie, elementi decorativi di gusto neoclassico, anche se ben lontane dai giochi scenografici delle corti europee del tempo.
In questo caso, Roma si è tirata la zappa sui piedi da sola, la sua natura un tempo non era  essere pallida gregaria dello sfarzo altrui.

Piazza Navona
Tal Giuseppe Sacconi, nel 1885, vinse un concorso indetto per costruire un monumento da dedicare a Vittorio Emanuele II, il padre della Patria (da qui il monumento prese il nome Vittoriano). Il complesso, ultimato nel 1911, ospita anche l'Altare della Patria ed il monumento al Milite Ignoto. I turisti si siedono sugli scalini, con le canottiere nei pantaloni tirati su al ginocchio, ammoniti dal custode, che invita a rispettare la sacralità del luogo. In questo caso è lui molto più banalmente a portarti giù, non sempre però in un bel modo.

Vittoriano
Ma nessuno ti porta giù per impedirti la vista di Roma dalla vetta della scalinata dell'Ara Coeli, la basilica facente parte del monastero insediato sul colle capitolino, costruito sulle rovine di un tempio dedicato a Giunone.
dall'alto dell' Ara Coeli
Come a capotavola, si può decidere cosa mangiare di questa Roma Capoccia, che si stira il vestito buono per farsi ammirare, ora come allora, e mette tutta la sua merce invitante sul bancone, proprio come facevano ai Fori imperiali, gli antichi mercati di Traiano, dove i sesterzi erano l'unica cosa che contava, ci pensavano le guerre, le carestie, gli imperatori un po' pazzi a tirarti su o giù, a seconda dei casi.

Ara Coeli dal basso


Fori Imperiali
Passare solo un paio d'ore così (anche se indossi una cintura prestata che ti stringe il fiato sopra il vestito di jeans) ti porta su, e davvero in un bel modo.

Arrivederci, Roma. 

E.




Dedicato a S., che si è comprata un pezzetto del suo cielo, e so per certo che in questo momento è proprio su. Ed ha fatto tutto da sè.

martedì 6 gennaio 2015

e la luna bussò / alle porte del buio

Dal dicembre 2012 circa ho adottato uno stile riccio, e tendente al lungo. Il mio santo parrucchiere, quando gli ho proposto l' idea di dare (ancora?) più volume ai capelli mi ha guardata con un perplesso " Sei sicura? " e solo di fronte al mio insistere (tanto nel caso li taglio, li ho sempre portati corti) ha esaudito il mio desiderio. Avere una criniera leonina. E portarla con un certo quid, tanto che sono molti i complimenti, e molti i" Vorrei tanto avere i tuoi capelli". A volte io sorrido compiaciuta, a volte, -in base a chi mi sta davanti, al grado di empatia che si stabilisce, lo ammetto- racconto di quanto i miei capelli siano farina della bravura altrui (ovvero del mio parrucchiere appunto). Ma comunque. 

Mi sono sempre piaciuti i capelli corti. Per lungo tempo, li ho portati anche io. 

Michelle Pfeiffer, ovvero Isabeau del film "Ladyhawke", con i suoi cortissimi capelli biondi fa impazzire tutti gli uomini della città di Aguillon, in un XIII secolo di un Medioevo qualunque. Fra questi, il perfido Vescovo, che lancia una maledizione per fare in modo che la giovane non coroni il suo sogno d'amore con il soldato Etienne. Di giorno lei diventa falco, di notte lui diventa lupo. Sempre insieme, ma eternamente divisi. Ma arriva l'eclissi, il sortilegio si spezza, l'amore trionfa. 


Isabeau ed il Vescovo
Il film, leggo su Wikipedia, è stato girato (anche in Abruzzo). Io invece ho respirato la stessa sensazione di tenpo trattenuto, di pietre fredde e squadrate, di vesti troppo leggere per il gran freddo,  nella cittadina di Bevagna, in Umbria. Uno dei Borghi più belli d'Italia, coosciuto oggi per la sua manifestazione "Mercato delle Gaite", che vuole ricreare, attraverso diversi tipi di gara fra le 4 gaite, ovvero i quartieri della cittadina, spaccati di vita quotidiana del Medioevo. Il fotografo Steve Mc Curry, che dell'Umbria sta diventando il cantore a livello internazionale, ha scelto proprio una ragazza di Bevagna con la tradizionale veste come protagonista della locandina della sua mostra "Sensational Umbria", che staziona da mesi a Perugia.

Se oggi il PIL interno del paesello potrebbe essere cresciuto grazie alla troupe di Don Matteo, una volta la prosperità della città era data dalla sua strategica posizione, lungo la via Flaminia, per molti secoli l'unica strada che collegava Roma con il Nord Italia.
porta Foligno, che si trova all'ingresso della città
La cittadina ha mantenuto intatto e celato il suo fascino per secoli. Un fascino grigio, spoglio, diretto e sincero. Non ci sono orpelli, non ci sono case elaborate, monumenti importanti, grandi santi a cui votarsi. Tranne uno, San Francesco, affrescato in una nicchia, messo là, in un punto qualunque.


affresco del Santo
Il Medioevo, racchiuso in un carillon. Foderato di velluto grigio ma freddo al tatto. La ballerina che si alza, spinta dalla molla, è Piazza Silvestri, una delle più belle di tutta la regione, con la Chiesa omonima del 1190 ca.



Dalla parte opposta della piazza, la chiesa di San Michele, del XII secolo.


Le due Chiese si stagliano una di fronte all'altra, a separarle un acciottolato, ballano al ritmo del coro strumentale della banda del paese, con gli allievi musicisti travestiti da Babbi Natale, con le divise raffazzonate, le barbe d'intralcio ed i guanti con le punte tagliate, per permettere ai polpastrelli di toccare e coprire il tasto giusto. 
Le Chiese sono simili, non eguali. Una ha il campanile, l'altra no. Una ha il rosone, l' altra no. Entrambe hanno la cripta. Entrambe sono spoglie, al loro interno. Pressochè inesistenti i quadri, i colori.

Difficile scegliere, così lontane da quello che noi conosciamo, dai carillon che abbiamo sui nostri comodini.
Le due chiese - ballerine si muovono in sincro. Energia grezza, assenza di forme sinuose, di richiami ad altri miti, ad altri orizzonti.
Stanno lì, a farsi ammirare. Sempre insieme, eternamente divise.

E.