lunedì 16 dicembre 2013

Keep on movin'

Il mio  oroscopo ad un certo punto lo aveva predetto.
Nella seconda parte dell'anno avrei fatto un lungo viaggio. 

Che poi non sarebbe stato un viaggio solo, occhei. Che poi avrebbe creato ad un certo punto un vero e proprio ingorgo, occhei di nuovo. Che sarebbe stato forse un viaggio solo, ma dentro me stessa, forse, ma sa un pò di frase fatta. Che sarebbe stato piacevole, sorprendente, e mai banale, lo confermo.

Apro le mie scalcinate valigie rosa, si, proprio quelle, che quando le persone le vedono sul rullo, pensano siano le valigie di Candy Candy, ma intanto loro svettano malconce e scalcinate, in un mare di valigie nere. Le riapro, dicevo, e le riempio fino a scoppiare, prendendo a pugni il beauty, se serve. Destinazione: Mombasa, Kenya.
le mie adorabili scalcinate


Kenya, che vuol dire istinto. L'istinto è quella cosa, perché diversamente non saprei spiegarla, che sa già quello che ti serve, prima che tu te ne renda conto. Prima ancora che il cervello si sposti da ON a HO CAPITO, (sottotitolo "buttiamoci") pulsante quest'ultimo che sfortunatamente non tutti hanno.

Istinto, valigie, pensieri, Kenya.

All'istinto ho pensato, mentre mi trovavo sulla jeep nel parco dello Tsavo Est, 15.000 ettari di natura assolutamente incontaminata.


Ingresso allo Tsavo Est

Un grosso cerotto marrone di terra rossa divide in due le verdi distese di erba brillante, perché è vero che nella savana fa molto caldo, ma è altrettanto vero che ci sono delle piogge intense ed improvvise, che oscurano e poi rasserenano il cielo sopra di me. Addio tramonto, mi ha suggerito l'istinto, seguito poi dal pulsante, "Ho capito, non vedrò il tramonto."

Cielo e terra sono separati da una linea di tratto pen. Tirata con un righello. 
Certo che chi l'ha tirata doveva avere la mano più larga, il cielo schiaccia la terra. Le sue nuvole schiacciano la terra. I leoni schiacciano la terra con il loro passo, all'alba, dopo aver cacciato tutta la notte. I pensieri di tutti quelli che sono con me sulla jeep schiacciano la terra. Perché durante tutte queste ore alla ricerca dell'istinto, il cervello si fa dei gran viaggi. Il cervello diventa animale, oppure istinto,  oppure le due cose insieme, e lo puoi vedere correre nella savana, si mangia le foglie insieme alle giraffe, attraversa la strada tendendoti la mano, come fa la scimmia con i suoi cuccioli.
l'alba africana


L'istinto, fuori, il cervello pure, la terra schiaccia il cielo, gli animali la terra, la jeep la strada infangata.

"Ed i tuoi pensieri, dove sono finiti?"
" Te l'ho detto, schiacciano la terra"
"Ok, e cosa dicono, a cosa pensi, mentre schiacciano la terra, mentre la jeep guada il ruscello, ed il fango resta attaccato alle ruote motrici?"

Penso all'elogio funebre di una persona cara, e di quanto mi mancherà quando non ci sarà più. Penso ai colori della bandiera kenyota, come il rosso del sangue dei suoi martiri.
Penso alle palme da cocco, di quanto ne vorrei una in giardino, e di quanto cocco stia mangiando in questi giorni. Penso al fiore di frangipane, il mio preferito, di cui la strada che porta a Malindi è piena (pianta assolutamente non indigena, ma portata dagli indiani). Penso al succo di mango, ai suoi frutti rotondi e arancioni schiacciati in cestoni di legno che vendono ai bordi delle strade, penso a quanto ne bevevo ad Awlad Baraka, vicino Marsa Alam, ed a quello sorseggiato il giorno prima al Karen Blixen, fra i bar più famosi di Malindi.
Penso che sono stata fortunata, ho visto 4 leoni, uno con la criniera, che zoppicava, che aveva perso un combattimento con un altro capobranco, perché qui nella savana una volta che i giovani leoni sono cresciuti- ovvero una volta che è cresciuta loro la chioma, ovvero intorno ai 10 anni- i maschi sono scacciati dal capobranco, alla ricerca del loro istinto, di un altro territorio da controllare, di una leonessa, e se nella prima settimana di dominio del nuovo branco, se non sono stato bravo a trovare del cibo per la mia nuova famiglia, io i cuccioli di quella leonessa, e del leone che ho appena sconfitto me li mangio.
Io ho la criniera, sono il re della savana. Non c’è animale che mi possa cacciare. Nessuno mi può mangiare. Sono il vero e solo predatore. E mentre ti abbeveri sulle sponde del fiume, di notte, devi stare attento, perché io ti attacco. Mentre sei vulnerabile, mentre il tuo istinto della sete ha il sopravvento, il mio istinto da predatore è più forte del tuo. E non ho pensieri.

Quando sei davanti al cerotto di terra, respiri la libertà, ti senti invincibile. Invincibile da mandare giù l’incazzatura, perché non vedi il tramonto. Invincibile come la fortuna di sapere che nei tuoi occhi si leggono i colori del mondo. Invincibile da sentirti simile alla testa rasata del Masai che fa da guardia al campo tendato con la sua tunica rossa, le sue collane di perline.
Invincibile come l’alba, che scalda le tende ed illumina il fiume Galana, invincibile come il Mal D’Africa, che tanto arriverà. Oh, se arriverà.

Invincibile come pretende di essere la corsa dell’istinto, la corsa del Kenya.

Ero in aeroporto, ho visto delle zebre, ho visto una scritta:

“We’ve had a great run. Keep on running, Kenya.”*

*slogan del 50°anniversario dell’Indipendenza del Kenya dalla dominazione inglese, si festeggia il 12 dicembre.



E.

mercoledì 4 dicembre 2013

fine giugno, ovvero circa quattro mesi prima



Mi ricordo che stavo svuotando l'armadietto, era tutto troppo in alto, come al solito cercavo sbadatamente di recuperare la mia tazzina senza spostare il resto. Avevo fatto male i calcoli. La tazzina l'ho salvata, quella sì, piccolina, bianca, con il logo di Starbucks, regalatami per Natale, dicembre 2009, Sharm. Il piattino, bianco, sbeccato, anonimo che so per certo che è servito anche come ciotola per il gatto in un paio di occasioni, ha avuto sorte peggiore. 

Insieme al piattino, nel casino di quel giorno, ho perso anche un segnalibro, direi il segnalibro. Il mio preferito, che rappresentava la Nana del Mantegna, che guarda con aria irriverente e superba dal suo balconcino, acquistato in una gita fuori porta a Mantova, anni e diversi chili fa.


Camera degli Sposi, A. Mantegna

Quindi segnalibro sparito, forse in qualche libro, più probabilmente dimenticato in qualche scatolone che ha abitato lo studio per i tre mesi successivi alla mia estate greca. Piattino rotto, nonostante la tazzina continui ad essere la mia preferita. Vestiti sul sedile dietro, mentre li lanciavo nella macchina di mio cugino, attaccapanni nei cartoni, la testa ed il mio futuro per strada, odore di piscio di cane agli angoli, meno male che non pioveva, se no sai che casino, butta tutto dentro, poi non so quando metterò a posto.

"Quando hai l'aereo?" 
"Tra due giorni, devo ancora fare tutto."
"Massì dai, fai solo bene, qui che stai a fare?"
 "Massì, boh, poi ci penserò, a quel che sarà."

Il massimo della conversazione, quel giorno di fine giugno. Sprecare il minimo del fiato, quel giorno di fine giugno. Il minimo dei pensieri, ma il massimo di quelli stronzi, quel giorno di fine giugno.

Quel giorno di fine giugno, è cominciata la mia  vitanumero.

E.






venerdì 22 novembre 2013

manifesto

Fin da quando ero piccola, ho sempre avuto un diario. In cui scrivevo e descrivevo le mie giornate, quello che provavo, quello che facevo.
Esercizi di stile, forse. A leggerli così, fanno una gran tenerezza. A rileggerli così, una gran pera. Passatemi il termine, questo spazio in fondo è mio.

Da quando viaggio, molto per gioco, tanto per diletto, moltissimo per lavoro, scrivo email. Di fretta forse, sgrammaticate, un pò veloci, senza punteggiatura, con tanti errori.

E-mail che scrivo per raccontare quello che vedo, per spiegare quello che faccio, per fare in modo che le mie momentanee vite parallele si incrocino il più possibile, con quelle e- mail.
Per dare un senso a quel biglietto di sola andata, che molto spesso mi trovo fra le mani, e che mi piace sempre un sacco.

Molte delle mie email hanno per titolo frasi/ pezzi di canzoni. Che centrano, per assonanza, tematica, melodia, a quello che scrivo. Quasi sempre il titolo mi viene in mente prima che completi il racconto, ed è la prima cosa che trasformo in scrittura. Qualcuno mi ha detto che i titoli te li devono trovare gli altri.
Il titolo di questo blog è nato in un viaggio in macchina di solo ritorno, un'espressione buttata lì da me per caso, e che ha subito suscitato un "Aprire le persiane, che bella espressione!" . E come è nata, così è stata abbandonata. Fino a che, rimuginandoci un pò su, e cambiando idea molteplici volte, queste parole sono rimaste lì, e poi ho capito che in effetti rendevano l'idea di quello che volevo dire, perchè le persiane mi ricordano casa, che poi non è una cosa fisica, ma più un'idea, una sensazione, le persone che mi circondano, quelle rimaste indietro, l'addavenì. Perchè la casa me la porto dietro sempre, come una lumaca. E poi aprire le persiane vuol dire fare entrare la luce, aver voglia di vedere il giorno, sperare di vedere uscire il sole, affacciarsi. 

E spero che questa sensazione dell'affacciarmi - che sia sul mare, sul nuovo, negli occhi di qualcuno, su di una montagna di scatole, su di una parete cieca, o semplicemente sul già visto, non mi passi non mi basti, e non mi abbandoni mai.

E.

http://www.youtube.com/watch?v=g1j1qwQQ8-Q